Forfettario o semplificato nel 2026: quando conviene davvero
Letizia da Avellino chiede: «Conviene il Forfettario o il regime semplificato?»
Non esiste una percentuale di costi valida per tutti. La vecchia regola secondo cui il forfettario conviene sempre quando le spese restano sotto il 22-33% del fatturato è troppo generica. Nel 2026 la scelta dipende dal coefficiente di redditività, dai costi realmente deducibili, dall'IVA sugli acquisti, dall'imposta al 5% o 15%, dall'IRPEF, dai contributi previdenziali e dalle detrazioni personali.
C'è anche una distinzione tecnica importante: il forfettario è un regime fiscale, mentre la contabilità semplificata è un regime contabile previsto per le imprese minori. Nel linguaggio comune, però, “semplificato” viene spesso usato per indicare una gestione analitica con IRPEF, IVA e deduzione dei costi. In questa guida usiamo il termine in questo senso pratico, chiarendo dove necessario la differenza.
Forfettario e semplificato: differenze in breve
| Voce | Forfettario | Gestione analitica |
|---|---|---|
| Reddito fiscale | Incassi per coefficiente | Ricavi o compensi meno costi deducibili |
| Imposta | Sostitutiva 5% o 15% | IRPEF progressiva e addizionali |
| IVA vendite | In generale non addebitata | Applicata secondo le regole IVA |
| IVA acquisti | In generale non detraibile | Detraibile quando spettante |
| Costi reali | Non dedotti analiticamente | Deducibili se fiscalmente ammessi |
| Adempimenti | Più leggeri | Più registrazioni e gestione IVA |
Per il confronto generale tra forfettario e ordinario puoi consultare la guida su forfettario o ordinario nel 2026. Qui ci concentriamo sul punto più utile per la domanda di Letizia: quanto devono pesare i costi reali prima che il regime analitico inizi a diventare interessante?
Il primo confronto parte dal coefficiente di redditività
Nel forfettario il Fisco non guarda alle spese effettive. Applica un coefficiente di redditività agli incassi. Se il coefficiente è del 78%, il 78% degli incassi viene considerato reddito: in termini matematici il sistema riconosce quindi una quota forfettaria di costi del 22%.
Se il coefficiente è del 40%, il reddito forfettario è invece il 40% degli incassi e la quota di costi implicita sale al 60%. Questo confronto è utile, ma non rappresenta ancora il punto di pareggio fiscale definitivo.
Perché non esiste una soglia universale del 22% o del 33%
La percentuale di costi implicita cambia con il coefficiente. Inoltre due contribuenti con gli stessi incassi possono ottenere risultati molto diversi se uno applica l'imposta al 5% e l'altro al 15%, se uno recupera molta IVA sugli acquisti, se hanno gestioni previdenziali diverse o se uno dispone di detrazioni IRPEF importanti.
Per questo il 22% può essere un primo riferimento per un'attività con coefficiente 78%, ma non significa che superata quella percentuale il semplificato diventi automaticamente più conveniente.
Esempio con coefficiente 78% e 60.000 euro di incassi
Supponiamo che un professionista incassi 60.000 euro e abbia coefficiente di redditività del 78%. Nel forfettario il reddito prima della deduzione dei contributi è 46.800 euro. La quota forfettaria di costi implicita è quindi 13.200 euro, cioè il 22% degli incassi.
Se i costi reali fiscalmente deducibili sono 8.000 euro, il forfettario riconosce una quota di costi superiore a quella effettivamente sostenuta. Se invece i costi deducibili sono 20.000 euro, nel regime analitico il reddito prima dei contributi sarebbe 40.000 euro, inferiore ai 46.800 euro forfettari.
Ma il confronto non finisce qui: nel regime analitico bisogna applicare IRPEF e addizionali, mentre nel forfettario si applica il 5% o il 15%. Il punto di pareggio reale può quindi trovarsi molto oltre il semplice 22%.
Esempio nel commercio con coefficiente 40%
Per molte attività commerciali il coefficiente è del 40%. Con 60.000 euro di ricavi, il reddito forfettario è 24.000 euro e la quota di costi implicitamente riconosciuta è 36.000 euro.
Un commerciante con 20.000 euro di costi reali non dovrebbe quindi scegliere il semplificato solo perché “ha molte spese”: in questo esempio il forfettario riconosce già una quota forfettaria maggiore. Se invece merci, affitto, personale e altri costi fiscalmente deducibili superano in modo consistente la quota implicita, il regime analitico merita un confronto numerico completo.
Per capire quali costi incidono davvero consulta anche la guida sulle spese deducibili nel regime forfettario.
L'IVA può cambiare il risultato
Nel forfettario, in linea generale, non si addebita IVA sulle operazioni interne e non si detrae l'IVA sugli acquisti. Nel regime IVA ordinario, invece, l'IVA pagata sugli acquisti può essere detratta quando ne ricorrono i requisiti.
Chi sostiene investimenti importanti in attrezzature, arredi, macchinari, lavori, merci o servizi può quindi trovare conveniente il regime analitico anche se il solo confronto tra costi e coefficiente non sembra decisivo. Al contrario, chi vende soprattutto a privati può beneficiare commercialmente del fatto di non aggiungere IVA al prezzo.
Trovi il dettaglio nella guida su cosa si può scaricare nel regime forfettario.
Nel 2026 l'IRPEF ordinaria è 23%, 33% e 43%
Nel 2026 l'IRPEF ordinaria prevede tre aliquote: 23% fino a 28.000 euro, 33% oltre 28.000 e fino a 50.000 euro, 43% oltre 50.000 euro. Il testo vigente dell'articolo 11 TUIR è consultabile su Normattiva.
Il forfettario applica invece l'imposta sostitutiva del 15% oppure del 5% per le nuove attività che rispettano i requisiti. Questa differenza spiega perché il forfettario può restare conveniente anche quando i costi reali superano la quota forfettaria implicita.
Contributi INPS e Cassa vanno ricalcolati nei due scenari
La previdenza può spostare molto il risultato. Un professionista in Gestione Separata calcola i contributi su una base collegata al reddito professionale; cambiando regime può quindi cambiare anche l'imponibile previdenziale. Artigiani e commercianti hanno contributi fissi sul minimale e quota variabile, mentre i professionisti con Cassa devono seguire le regole del proprio ente.
Per artigiani e commercianti va inoltre considerata l'eventuale riduzione contributiva del 35% collegata al regime previdenziale agevolato per chi applica il forfettario e possiede i requisiti.
Detrazioni personali: una variabile spesso dimenticata
L'imposta sostitutiva del forfettario non è IRPEF. Se non hai altri redditi soggetti a IRPEF, alcune detrazioni personali possono quindi non trovare capienza, per esempio spese sanitarie, interessi sul mutuo o determinate detrazioni edilizie.
Chi ha molte detrazioni da utilizzare deve inserirle nel confronto. Non significa che il regime analitico sia automaticamente migliore, ma rende incompleto un confronto limitato a “15% contro 23%”.
Contabilità semplificata: chi può usarla
Per le imprese minori, l'articolo 18 del DPR 600/1973 consente la contabilità semplificata entro determinati limiti di ricavi. La disciplina vigente è consultabile su Normattiva. I limiti non vanno confusi con gli 85.000 euro del forfettario: un'impresa può essere fuori dal forfettario e restare comunque in contabilità semplificata.
Come decidere quale regime conviene
- stima ricavi o incassi realistici;
- individua il coefficiente di redditività corretto;
- calcola la quota di costi implicitamente riconosciuta dal forfettario;
- somma solo i costi reali fiscalmente deducibili;
- valuta quanta IVA sugli acquisti potresti detrarre;
- confronta imposta 5% o 15% con IRPEF e addizionali;
- ricalcola i contributi previdenziali;
- considera le detrazioni IRPEF personali;
- aggiungi il maggiore costo amministrativo della gestione analitica.
Solo dopo questi passaggi puoi stabilire quale regime lascia più reddito netto disponibile. Se stai valutando il cambio, consulta anche la guida sul passaggio da semplificato a forfettario nel 2026.
Domande frequenti
No. Il 22% è solo la quota di costi implicitamente riconosciuta alle attività con coefficiente di redditività del 78%. La convenienza reale dipende anche da imposta, IVA, contributi e detrazioni.
No. Sono deducibili soltanto i costi che rispettano le regole fiscali applicabili. Non tutte le uscite di cassa sono integralmente deducibili.
Può convenire, soprattutto se i costi fiscalmente deducibili sono elevati e l'IVA sugli acquisti è detraibile. Il confronto deve però includere anche imposte, contributi e detrazioni personali.
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