Dropshipping: cosa sapere prima di aprire la Partita IVA
Prima di aprire una Partita IVA per dropshipping devi chiarire quattro cose: chi vende legalmente al cliente, quali prodotti venderai, da quale Paese partirà la merce e dove si trovano i clienti. Non esiste un codice ATECO unico chiamato “dropshipping” e non basta dire che non hai un magazzino.
La domanda originale chiede cosa serve sapere prima dell’apertura. La risposta corretta è quindi una checklist di decisioni da prendere prima di inviare la pratica: il modello contrattuale, il codice ATECO, l’inquadramento come impresa o intermediario, la previdenza, la SCIA, il regime fiscale e la gestione IVA delle vendite internazionali.
1. Prima domanda: sei venditore o intermediario?
Nel dropshipping classico tu vendi il prodotto al cliente e incarichi il fornitore di spedirlo direttamente. Il fatto che la merce non passi dal tuo magazzino non ti trasforma automaticamente in intermediario.
Se incassi il prezzo dal cliente, stabilisci le condizioni di vendita e rispondi di resi, difetti e rimborsi, sei normalmente il venditore. Se invece metti soltanto in contatto cliente e fornitore e ricevi una commissione, il modello può essere di intermediazione. La guida su dropshipping: venditore o intermediario approfondisce proprio questa distinzione.
2. Non esiste un ATECO unico per il dropshipping
Con ATECO 2025 il canale Internet non identifica più da solo un’unica attività di commercio. Se sei il venditore, il codice si individua principalmente in base alla tipologia dei beni commercializzati.
Vendere abbigliamento, cosmetici, elettronica, articoli per la casa o opere d’arte può portare a codici diversi. Per questo non è corretto usare automaticamente il vecchio 47.91.10 come “codice e-commerce” universale. La guida sul codice ATECO e-commerce 2026 aiuta a classificare l’attività in base ai prodotti.
3. Se sei venditore, sei normalmente un’impresa commerciale
Se acquisti o fai acquistare il bene dal fornitore per rivenderlo al cliente finale, l’attività ha normalmente natura commerciale. Questo significa che, oltre alla Partita IVA, devi verificare iscrizione al Registro Imprese, Comunicazione Unica, SCIA per il commercio elettronico e posizione INPS Commercianti.
Il fatto che tu non possieda un magazzino fisico non elimina l’attività commerciale. Il dropshipping modifica la logistica, non la natura giuridica della compravendita.
4. INPS Commercianti: considera il costo prima di partire
Quando sussistono i requisiti per la Gestione Commercianti, nel 2026 il minimale di reddito è 18.808 euro e il contributo minimo annuo ordinario è pari a 4.611,64 euro. Sulla parte di reddito eccedente il minimale opera l’aliquota prevista per i commercianti.
Se aderisci al regime forfettario e possiedi i requisiti, puoi valutare la riduzione contributiva del 35%. Questo costo va considerato prima di aprire, soprattutto se prevedi ricavi iniziali bassi.
5. Forfettario: il coefficiente del commercio non coincide con il tuo margine reale
Per le normali attività di commercio al dettaglio il coefficiente di redditività del forfettario è generalmente del 40%. Fiscalmente significa che il reddito viene determinato applicando il 40% ai ricavi, senza dedurre uno per uno costo del prodotto, advertising, commissioni, resi e software.
Nel dropshipping questo punto è particolarmente importante: se il fornitore trattiene una quota elevata del prezzo e devi sostenere molta pubblicità, il margine economico reale può essere molto diverso dal reddito forfettario. Prima di scegliere il regime confronta quindi il forfettario con l’ordinario. Puoi usare la guida dropshipping: forfettario o ordinario.
6. Il ricavo non è il payout che ti resta dopo il fornitore
Uno degli errori più pericolosi è pensare che il ricavo fiscale sia automaticamente la differenza tra quanto paga il cliente e quanto trattiene il fornitore. Se sei tu il venditore, il flusso contrattuale e documentale va ricostruito correttamente.
Se il cliente paga 100 euro e 65 euro vengono destinati al fornitore, non devi assumere senza verifica che il tuo ricavo sia soltanto 35 euro. Il trattamento dipende dal modello di compravendita e dalla documentazione utilizzata. Questo incide direttamente sulla convenienza del forfettario.
7. Fornitore extra-UE: verifica importazione, IVA e IOSS
Se il fornitore spedisce da Cina, Stati Uniti o altro Paese extra-UE direttamente al consumatore europeo, non basta gestire la fiscalità italiana della Partita IVA. Devi definire anche chi è l’importatore, chi paga IVA e oneri doganali e come vengono gestite le spedizioni.
Per vendite a distanza di beni importati di valore intrinseco non superiore a 150 euro può entrare in gioco l’IOSS – Import One Stop Shop. Dal 2026 sono inoltre cambiate alcune regole doganali sulle spedizioni di basso valore, quindi il flusso va verificato sulla base del Paese di origine, valore e destinazione.
8. Se vendi in altri Paesi UE verifica anche OSS e stock
Le vendite B2C verso consumatori di altri Stati UE possono richiedere la gestione dell’IVA nel Paese di destinazione e l’utilizzo del regime OSS quando ne ricorrono i presupposti. Se la merce viene stoccata in un altro Stato UE, la situazione può diventare ancora diversa.
Il regime forfettario italiano non annulla gli obblighi IVA che possono nascere in altri Paesi. Prima di aprire devi quindi sapere non solo “chi è il fornitore”, ma anche da dove parte fisicamente ogni spedizione.
9. Devi rispettare anche le regole verso il consumatore
Se sei il venditore nei confronti del consumatore finale, sei responsabile delle condizioni di vendita, delle informazioni precontrattuali, del diritto di recesso, dei rimborsi e della garanzia legale secondo le regole applicabili.
Non puoi trasferire automaticamente al fornitore estero ogni responsabilità solo perché è lui a spedire. Prima di andare online definisci una procedura reale per resi e rimborsi. La guida su resi e diritto di recesso e-commerce può aiutarti a impostarla.
10. Cosa preparare prima della pratica di apertura
- elenco preciso dei prodotti che venderai;
- contratto o condizioni del fornitore dropshipping;
- definizione chiara di chi è il venditore verso il cliente;
- Paese da cui parte la merce;
- Paesi in cui prevedi di vendere;
- codice ATECO principale ed eventuali secondari;
- stima dei ricavi e del margine reale;
- costo del prodotto, advertising, commissioni e resi;
- scelta tra forfettario e ordinario;
- verifica INPS Commercianti;
- Registro Imprese e SCIA e-commerce;
- procedura IVA/OSS/IOSS quando necessaria;
- condizioni di vendita, privacy, recesso e garanzia.
Esempio: dropshipping da fornitore cinese a clienti italiani
Immaginiamo che tu venda accessori tramite un sito italiano e che il fornitore cinese spedisca direttamente al cliente. Prima dell’apertura devi sapere chi fattura la vendita, chi importa il bene, quale valore viene dichiarato, chi gestisce IVA e dogana e chi sostiene i resi.
Solo dopo puoi determinare correttamente ATECO, regime fiscale e flusso documentale. Aprire prima la Partita IVA e “capire dopo” questi aspetti espone a errori molto più costosi della pratica iniziale.
Domande frequenti
Esiste un codice ATECO specifico per dropshipping?
No. Il dropshipping è un modello logistico/commerciale. Se sei venditore, il codice dipende soprattutto dai beni venduti; se sei intermediario, l’inquadramento può essere diverso.
Devo avere un magazzino per aprire?
No. Puoi operare senza magazzino proprio, ma questo non elimina Registro Imprese, SCIA, INPS o responsabilità verso il cliente quando sei il venditore.
Il forfettario è sempre conveniente per il dropshipping?
No. Se costi del fornitore, advertising e commissioni sono elevati, il margine reale può rendere necessario confrontare seriamente il regime ordinario.
Se il fornitore è extra-UE devo occuparmi dell’IVA?
Sì, devi definire il trattamento delle importazioni e delle vendite al consumatore. A seconda del valore e del flusso possono essere rilevanti IOSS, IVA all’importazione e altri obblighi doganali.
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